Citazioni & Citazioni

I giovani, se non sono arrivisti, e senza spina dorsale non entrano nei partiti.

Giuseppe Prezzolini

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Più dell'amministrazione pubblica, della scuola e dei concorsi universitari, nulla è più lontano dalla meritocrazia del nostro sistema economico capitalista-corporativo-familistico caratterizzato da privilegi passati da padre in figlio, quando va bene, e da furbetti&furboni nella maggioranza dei casi.
 
Ma considerando, per un istante (per assurdo), un ideale sano sistema capitalista liberista caratterizzato tra gli altri valori sulla meritocrazia, quale merito dovrebbe essere valorizzato se non la capacità di creare maggior profitto all'azienda e agli azionisti? E chi dovrebbe decidere chi avrebbe questo merito se non il mercato e i proprietari? Ma non credo che questo tipo di merito porti sempre dei benifici alla collettività. E' evidente che in un sano capitalismo un bravo ingegnere con una brillante idea facilmente commercializzabile sarà più meritevole di un bravissimo ricercatore universitario in lettere antiche. Oppure supponendo che all'interno di una stessa azienda, un dipendente grazie a conoscenze e ad amicizie riesca a procurare una grande commessa e a far guadagnare la propria azienda molto di più di quanto un altro collega riesca con un lavoro paziente e deligente e magari anche tecnicamente più difficile, chi dei due sarebbe più meritevole? E Chi dovrebbe essere premiato? E perchè allora non dovrebbe essere meritevole chi con la furbizia e l'elusione delle leggi riesca a trarre vantaggio economico per se e per i propri azionisti?
 
In ultima analisi dire meritocrazia non basta, bisogna dire merito di cosa, meritevole di fare cosa e per quale scopo. E siccome il lavoro è sempre sociale e collettivo occorre anche definire come premiare tutte quelle persone che nell'arco del tempo hanno contribuito al successo del "meritevole", dai colleghi (e qui sarebbe abbastanza facile), agli insegnati che lo hanno preparato da giovane, alla cuoca della mensa che gli prepara il pasto, all'autista dell'autobus che lo porta al lavoro, all'operaio che ha fabbricato il suo laptop, a chi gli ha pulito la scrivania facendolo lavorare meglio e a chi scambiando qualche chiacchiera in rete gli ha scaturito un'idea "vincente". Altrimenti è solo vuota propaganda ideologica individualista.

La meritocrazia è una forma di governo dove le cariche amministrative, le cariche pubbliche, e qualsiasi ruolo che richieda responsabilità nei confronti degli altri, è affidata secondo criteri di merito, e non di appartenenza lobbystica, familiare o di casta economica.
 
Differenze con la plutocrazia

Talvolta la parola meritocrazia viene erroneamente usata per descrivere una società dove la salute, la ricchezza e lo stato sociale sono raggiunti attraverso la competizione, e dove quindi il criterio di "merito" può di fatto sparire a fronte di forza bruta o furbizia (qualsiasi capo mafia vive infatti molto meglio di un onesto cittadino, ma non certo per merito, solo per competizione).
 
E infatti la meritocrazia non deve essere confusa con plutocrazia, dove il potere politico è invece commisurato al potere economico, a prescindere dalle reali capacità personali. Quasi tutti i regimi plutocratici si autodefiniscono (al fine di giustificarsi eticamente) meritocratici, malgrado, in realtà, le capacità personali degli individui siano mascherate dalle ricchezze familiari acquisite.

Fascismo
 
Il più evidente tentativo da parte di un sistema politico di basarsi su una meritocrazia pura è stato quello dei regimi fascisti, il quale ha però fallito proprio perchè in questo andava a colpire interessi personali lobbistici rilevanti. Difatti sono noti gli attacchi oratori di Benito Mussolini alle "potenze demo-plutocratiche". Un sistema fiscale che punta a favorire una vera meritocrazia economica colpendo l' edonismo consumista e l' economia sommersa ed illecita è la "fiscalità monetaria".

Differenze con i sistemi marxisti
 
Secondo alcuni i sistemi marxisti sono opposti ad un sistema meritocratico, ma l'antitesi tra marxismo e meritocrazia è solo apparente: la concezione della meritocrazia marxista prevede che ci sia una netta separazione tra i bisogni e i poteri decisionali. In altre parole al merito viene riconosciuto il diritto/dovere di prendere le decisioni senza che a questo debba necessariamente corrispondere un privilegio in termini materiali. Il principio così esposto ha molte similitudini con la lettura cristiana della parabola dei Talenti. È quindi giusto che il figlio dell'operaio, se meritevole faccia il medico o il presidente del consiglio, e, d'altra parte, il figlio del medico o del presidente del consiglio, se non particolarmente abile nella medicina o nella amministrazione, faccia l'operaio, ma ciò non significa che i loro bisogni materiali siano differenti e che la loro retribuzione e i loro privilegi sociali debbano per questo essere eccessivamente distanti. Il fatto stesso che un lavoratore persino eccessivo nel suo attaccamento al dovere sia normalmente denominato "stakanovista", sottolinea come anche il sistema sovietico apprezzasse il merito nel lavoro.

Sviluppi recenti
 
Oggi con il termine meritocrazia s'intende qualcosa di più complesso e ricollegato alla nozione chiave di competenza. La necessità vitale di sostenere la meritocrazia in Italia è ad esempio l'argomento di cui si occupa Roger Abravanel nel suo libro omonimo "Meritocrazia" [1]. Per valutare il grado di meritocrazia in un Paese oggi non si può prescindere da indicatori significativi come le cosiddette "quote rosa" e l'età media di coloro che ricoprono ruoli con funzioni decisionali ai vertici di importanti aziende e istituzioni pubbliche.

L'avvento della Meritocrazia

Gli angolofoni le chiamano buzz-words (parole panciute), sono quei termini - spesso neologismi, che in un certo momento diventano di moda e che spesso hanno un significato non chiaro o non univocamente accettato. Di solito vengono usate per impressionare chi ascolta o legge e rendono alcune affermazioni talmente banali da essere difficilmente contestabili. Sicuramente il termine "meritocrazia" e tutti quelli collegati (merito e meritocratico in primo luogo) è una di queste parole che da tempo imperversa anche sui mezzi di comunicazione nostrani.

Per portare un piccolo esempio ecco alcuni titoli, nei quali compare la famigerata parola, comparsi sui quotidiani dall'inizio del mese di aprile del 2008:

"Lotta a sprechi e più meritocrazia: l'appello dei city manager riciclati" [1]; "Come far vincere il merito" [2]; "La mia provincia più sicura, pulita e meritocratica" [3]; "Largo al merito e al genio italiano" [4]; "Al nostro paese serve più meritocrazia e cultura di impresa" [5]; "Sanità malata, merito e competenza sono la cura" [6].

Impossibile invece anche solo contare il numero esorbitante di articoli e di servizi tv nei quali il termine viene utilizzato, più o meno a sproposito. Una citazione per tutte: "i lavoratori percepiscono che i vecchi schemi d'azione del sindacato frenano l'innovazione necessaria per valorizzare meglio il loro lavoro, oppure impediscono di valorizzarne il merito, appiattendo i trattamenti." [7]

In generale i contesti nel quale attualmente viene utilizzato il termine sono essenzialmente due: quando si deve criticare il sistema di reclutamento del personale docente universitario (che viene assunto non per merito ma per cooptazione o nepotismo) e quando si devono criticare i danni di un preteso egualitarismo vigente nel mondo del lavoro che porterebbe ad un ingiusto livellamento salariale. Quest'anno poi la muta si è lanciata in una vera e propria crociata contro le idee del '68 che sarebbero state le principali avversarie della meritocrazia, con alcuni interventi decisamente esilaranti: "La scarsa valorizzazione del merito è una delle cause principali della crisi del Paese. E' ora di superare la cultura sessantottina del diciotto politico." [8]

Probabilmente tutti coloro che oggi sprecano questa parola non sanno che la sua nascita è relativamente recente, sono infatti passati esattamente 50 anni da quanto fu usata per la prima volta dal sociologo inglese Michael Young.

Il termine compare nel saggio "L'avvento della meritocrazia" [9], un pamphlet socio-politico sulla scia delle distopie di Swift, Orwell e Huxley. In questo libro, un sociologo del 2034 racconta come nel Regno Unito si sia affermata una forma di governo chiamata "meritocrazia" e basata esclusivamente sul Quoziente di Intelligenza (Q.I.) delle persone. Mischiando citazioni da testi reali e inventati l'autore descrive le diverse forme di potere che si sono susseguite nei secoli: dall'aristocrazia, che si basava sul principio di eredità dei beni e del potere alla plutocrazia, nella quale il governo era nelle mani dei più ricchi, per arrivare infine all'abolizione di privilegi del sangue e del denaro a favore di quelli dell'intelligenza.

La maggior parte del testo si sofferma nella minuziosa descrizione del sistema educativo, alla base del sistema, e degli strumenti "scientifici", in pratica dei test per misurare il Q.I., che mettono in grado di selezionare - fin dall'infanzia la classe dirigente da una parte e quella dei "tecnici" dall'altra. Basandosi sull'assioma che gli uomini non sono tutti uguali ne viene fatto discendere un "precetto morale" che implica, per il benessere della società, di scegliere i più adatti attraverso dei sistemi che non siano legati al nepotismo, al denaro o al caso ma esclusivamente alle reali capacità dei singoli individui.

"Dare a ciascuno una posizione sociale proporzionata alle sue capacità" è l'obiettivo di questa utopica società la cui stratificazione sociale si basa sul principio del merito e che riesce a mantenere la pace sociale attraverso un sistema di salari uguali per tutti, salvo che le persone collocate in posizioni di prestigio ricevono in più quelli che oggi chiameremmo "fringe benefit", ovvero prestazioni non in denaro che compensano la forzata uguaglianza salariale. Nonostante tutto però, anche questa utopia inizia ad avere alcuni problemi non previsti dai fautori della meritocrazia: da una parte ci sono gruppi di persone, i "populisti", che rifiutano di collocarsi nel posto indicato dal loro Q.I. e dall'altra soprattutto le donne che iniziano a trovare una contraddizione tra i principi della meritocrazia e il ruolo materno che viene loro richiesto dalla società. Il saggio termina, con un piccolo colpo di scena, alla vigilia del grande sciopero di protesta del maggio 2034.

La prima cosa che vale la pena di osservare è che oggi, nella maggior parte dei casi, il termine ha assunto una valenza diversa da quella originale e, sicuramente, la maggior parte [10] di coloro che lo usano non sanno che chi lo ha inventato intendeva criticare l'utopia di una società basata sul merito. In secondo luogo qualsiasi sistema che tenda ad attribuire dei "meriti" necessita di un processo di valutazione, quello che nel libro di Young viene riservato ai test psicologici che misurano il Q.I. Peccato che molti dei sostenitori dell'odierna "meritocrazia" omettano spesso di specificare il modo attraverso il quale debba essere applicata e le persone destinate ad applicarla. Oltretutto anche uno strumento come la valutazione dell'intelligenza attraverso un test si è dimostrato, nel corso del tempo, talmente inutile [11] che ormai ci vorrebbe un miracolo per resuscitarlo, almeno nella sua vecchia forma.

Anche se non si tratta certo di un capolavoro, il testo mostra, letto nell'attuale contesto socio-politico una discreta modernità e non solo per i suoi riferimenti ad un futuro che per noi è quasi un presente, ma soprattutto perché il gran parlare che si sta facendo in questi ultimi anni a favore del ripristino della "meritocrazia" lo rende tremendamente attuale.

Note

[1] il giornale, 01/04/08.
[2] corriere della sera, 08/04/08.
[3] il tempo, 11/04/08.
[4] il giornale della libertà, 11/04/08.
[5] il giornale, 16/04/08.
[6] il messaggero, 19/04/08.
[7] L'ineffabile P. Ichino a proposito delle dichiarazioni antisindacali di L.C. Montezemolo, la repubblica, 19/04/08.
[8] Intervista a M. Gelmini, il giornale, 01/04/08. La sapiente politica nel 1968 non era ancora nata.
[9] Titolo originale "The rise of meritocracy", traduzione italiana pubblicata dalle Edizioni di Comunità, Milano 1962.
[10] Fa sicuramente eccezione il docente universitario di un "Collegio Superiore" (e non poteva essere altrimenti...) che quest'anno terrà le sue lezioni su "merito e meritocrazia" usando tra i testi proprio quello di Young.
[11] Molti ricercatori hanno criticato ferocemente l'idea che l'intelligenza possa essere misurata scientificamente e soprattutto l'uso che di tale misura si è fatto negli anni per definire inferiori gruppi sociali poveri, oppressi o svantaggiati.

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