
Fervono grottesche polemiche intorno alla sacertà inviolabile della Costituzione Italiana. Siamo quasi al ridicolo, ogni volta che qualcuno si azzarda a proporre la pur minima variazione al testo costituzionale, si alzano grida indignate, si sollevano file di guardiani incerberiti, si strepita alla dittatura. Ma che, siamo impazziti? Da che mondo e mondo i tempi cambiano, le leggi fondamentali si aggiornano, le persone si adeguano. Abbiamo una Costituzione che risale al 1948 e si rifà in parte allo tatuto Albertino ottocentesco. Per di più, è stata redatta in un momento storico particolarissimo, appena usciti da una guerra devastante e profondamente divisi nelle idee e negli obiettivi. Certo, fu un miracolo di sintesi allora, un testo assurto ad esempio per molte altre nazioni. Ma oggi, a distanza di sessant'anni, con quale faccia tosta ci si incaponisce a difenderla tout court, senza neanche porsi il problema se chi vuole corregerla sia o meno nel giusto? La verità è che le motivazioni conservatrici sono soltanto politiche: chi si oppone alla revisione della Costituzione per partito preso, teme che i meriti del rinnovamento vadano ad altri, che le novità vadano a detrimento dei propri interessi personali o di fazione, che il timone del paese finisca irrimediabilmente nelle mani dell'avversario. Ma ora basta, la smettano costoro e si rendano conto che nel futuro dell'Italia ci sarà posto solo per chi saprà adattarsi ai tempi e si aprirà ad un conflitto politico diverso. La Magna Charta è andata in pensione. Ora tocca alla Costituzione Italiana.
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