Cercherò in questo articolo di mettere a fuoco quelli che, secondo il mio modesto parere, sono i sei macro-fattori di crisi che impediscono alla nostra città di produrre una “cultura” propria. Non mi riferisco dunque solo all’offerta in sé, ma anche e sopratutto alla taratura dell’identità culturale vera e propria, che consente ad una comunità di esprimere sé stessa e imporre la propria visione. - Nessuno si è mai preoccupato di individuare, mettere in risalto, esaltare quello che è il carattere peculiare della città. Ogni gruppo umano ha un suo stile, sue valenze estetiche, inconfondibili segni che lo rendono unico. Anche la Superba li possiede e deve valorizzarli per interrompere la dipendenza da altri il cui carisma è attualmente più forte.
A Genova manca un progetto culturale. Si mettono in campo iniziative distinte, talvolta di pregio, in molti casi di profilo discutibile ma non sono mai stati chiariti gli obiettivi unificanti e le linee guida dell’intera movimentazione delle idee.
E’ sempre mancata la capacità di mettere in sintonia il fermento naturale che proviene dalla società con il mondo paludato della cultura alta, governato dagli attori istituzionali. Questo movimento dal basso è presente e vivo da alcuni anni, in specie fra i giovani, ma chi detiene il potere culturale non ha saputo interpretarlo o, addirittura, non ha potuto capirlo perché appartenente ad una generazione diversa.
C’è sempre stata una cecità ossessiva nei confronti dei mass media più recenti. Genova è stata fino ad oggi una città estranea alla comunicazione e all’enorme flusso di contenuti innovativi che provengono dalle avanguardie della conoscenza. La televisione digitale, il cinema, internet e la fotografia devono entrare nel cuore della discussione e delle proposte.
Nei posti chiave delle istituzioni deputate alla gestione del settore sono sempre stati seduti burocrati dalla vista corta, politici in posteggio o, peggio ancora, artistoidi inconcludenti. E’ l’ora che veri operatori specializzati, giovani, preparati e ricchi di motivazione, entrino a far parte delle compagini in cui si decidono le strategie e i programmi.
Un sistema di potere incancrenito, virale ha occupato militarmente tutte le strutture preposte alla produzione culturale, monopolizzando il pensiero, le interpretazioni del reale e le determinazioni del futuro. La sinistra si è infatti resa protagonista negli anni di un soliloquio ideologizzato che alla lunga ha inaridito le fonti, ha spento ogni dialettica, ha imposto alle menti i codici di un pensiero unico senza sbocchi. Solo ponendo rimedio a queste gravi pecche potremo germogliare di nuovo e rivedere Genova ergersi a maestra di stile per le altre città. In caso contrario appassiremo, come splendidi, antichi fiori a cui l’acqua è stata negata.
Ancora una volta stimolato dalle puntuali considerazioni dell’amico Maifredi, offro il mio contributo al dibattito cercando di mettere a fuoco quelli che, secondo il mio modesto parere, sono i sei macro-fattori di crisi che impediscono alla nostra città di produrre una “cultura” propria. Non mi riferisco dunque solo all’offerta in sé, ma anche e sopratutto alla taratura dell’identità culturale vera e propria, che consente ad una comunità di esprimere sé stessa e imporre la propria visione. - Nessuno si è mai preoccupato di individuare, mettere in risalto, esaltare quello che è il carattere peculiare della città. Ogni gruppo umano ha un suo stile, sue valenze estetiche, inconfondibili segni che lo rendono unico. Anche la Superba li possiede e deve valorizzarli per interrompere la dipendenza da altri il cui carisma è attualmente più forte.
- A Genova manca un progetto culturale. Si mettono in campo iniziative distinte, talvolta di pregio, in molti casi di profilo discutibile ma non sono mai stati chiariti gli obiettivi unificanti e le linee guida dell’intera movimentazione delle idee.
- E’ sempre mancata la capacità di mettere in sintonia il fermento naturale che proviene dalla società con il mondo paludato della cultura alta, governato dagli attori istituzionali. Questo movimento dal basso è presente e vivo da alcuni anni, in specie fra i giovani, ma chi detiene il potere culturale non ha saputo interpretarlo o, addirittura, non ha potuto capirlo perché appartenente ad una generazione diversa.
- C’è sempre stata una cecità ossessiva nei confronti dei mass media più recenti. Genova è stata fino ad oggi una città estranea alla comunicazione e all’enorme flusso di contenuti innovativi che provengono dalle avanguardie della conoscenza. La televisione digitale, il cinema, internet e la fotografia devono entrare nel cuore della discussione e delle proposte.
- Nei posti chiave delle istituzioni deputate alla gestione del settore sono sempre stati seduti burocrati dalla vista corta, politici in posteggio o, peggio ancora, artistoidi inconcludenti.E’ l’ora che veri operatori specializzati, giovani, preparati e ricchi di motivazione, entrino a far parte delle compagini in cui si decidono le strategie e i programmi.
- Un sistema di potere incancrenito, virale ha occupato militarmente tutte le strutture preposte alla produzione culturale, monopolizzando il pensiero, le interpretazioni del reale e le determinazioni del futuro. La sinistra si è infatti resa protagonista negli anni di un soliloquio ideologizzato che alla lunga ha inaridito le fonti, ha spento ogni dialettica, ha imposto alle menti i codici di un pensiero unico senza sbocchi.Solo ponendo rimedio a queste gravi pecche potremo germogliare di nuovo e rivedere Genova ergersi a maestra di stile per le altre città. In caso contrario appassiremo, come splendidi, antichi fiori a cui l’acqua è stata negata.
Maurizio Gregorini Presidente associazione Merito
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